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L’antico molino ad acqua del borgo della Befa rinasce come luogo custode dell’anima più profonda di questa parte di Toscana, dove la natura conserva ancora il suo ritmo originario e ogni cosa invita a riscoprire il valore dell’essenziale.
Boschi, torrenti, sentieri e colline circondano questo angolo della campagna di Murlo, in un paesaggio dove storia, silenzio e bellezza convivono e nel quale il rapporto tra uomo e natura conserva ancora una presenza autentica e profonda. È un territorio da attraversare lentamente, a piedi, in bicicletta o a cavallo, lungo sentieri e strade che si aprono su paesaggi capaci di raccontare, ancora oggi, una relazione secolare tra il lavoro dell’uomo e la forza della natura.

Di origini etrusche, Murlo si trova a pochi chilometri da Siena, nella campagna compresa tra la Val d’Arbia e la Val di Merse, in una posizione di passaggio tra le colline senesi e quelle grossetane. La sua collocazione permette di raggiungere in circa trenta minuti d’auto alcuni dei luoghi più emblematici della Toscana, dalla Val d’Orcia al Monte Amiata, da Siena a Montalcino. Ma è soprattutto la dimensione più intima del territorio a rivelarne il carattere: una campagna da percorrere senza fretta, seguendo il ritmo delle stagioni e lasciandosi guidare dalla trama di acque, boschi, colline e antichi percorsi che la attraversano. È proprio all’interno di questo paesaggio che la posizione della Befa assume un significato particolare, come testimoniato dallo stesso toponimo

Il Molino della Befa

Nel cuore della valle dove si incontrano il Crevole e il Crevolone, immerso tra boschi, torrenti e antichi sentieri, sorge il Molino della Befa: un luogo ricco di fascino, storia e memoria. Qui la natura dialoga da secoli con l’ingegno dell’uomo, tra resti medievali, antiche opere idrauliche e paesaggi che conservano intatta la loro autenticità.

Le parole di Luciano Scali raccontano con passione questo angolo speciale del territorio di Murlo, da cui il nostro agriristoro prende il nome e l’anima.

“Non è facile descrivere il posto perché appare come un concentrato di bellezze naturali da togliere il fiato, di segni dell’uomo lasciati in varie epoche e di luoghi storico-mistici tuttora di possibile lettura. Il dilemma consiste solo nell’operare una scelta ma l’impatto con il fabbricato dell’antico mulino, scioglie subito ogni dubbio in merito, invitando a seguire la sua storia ed i suoi annessi ancora in essere. Proposito più facile da formulare che accettare in toto poiché equivarrebbe a muoversi in un contesto speciale ad occhi chiusi. Ai lati del luogo in cui ci muoviamo esistono due colli che si fronteggiano e che si fregiano dell’appellativo di monte, vale a dire Monte Pertuso e Monte Ambrogio, pur arrivando appena a 272 metri di altitudine il primo e 231 il secondo. Malgrado questo dato di fatto, bisogna dire che sembrano molto più alti di quanto non lo siano veramente, per come incombono sulla stretta valle dove “le due Crevole”, quella di Murlo e quella di Monte Specchio (oggi Crevolone), s’incontrano. Sulle sommità dei due poggi gli antichi costruirono edifici; e se di Monte Pertuso si conoscono vita, morte e miracoli, di Monte Ambrogio invece non si può dire altrettanto.

Gli storici stessi sono restii a pronunciarsi, probabilmente perché le notizie fino ad oggi pervenute non sono tali da dare attendibili risposte. Su Monte Pertuso esisteva un grosso villaggio di estrazione longobarda, una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo che lo testimonia, ed un castello che i senesi distrussero nel 1271 per scacciarvi i fuoriusciti ghibellini che vi si erano insediati. La fortezza, i cui resti si vedono ancora, andò poi in rovina mentre il toponimo che identifica il posto va forse ricercato nella galleria percorribile fino a mezzo secolo fa che collegava la predetta fortezza alla chiesa.

In basso, alla confluenza dei due torrenti menzionati, dove le acque venivano a trovarsi più copiose che altrove, venne edificato un mulino ed il Catasto Leopoldino lo identifica come “Molino della Befa” dove la presenza di religiosi non doveva certo mancare assieme alla loro convenienza di venire a macinare le granaglie proprio in quel mulino lì. Ma ritornando all’oggetto di nostro interesse, non passa inosservato l’ampio invaso sul retro dove l’acqua, proveniente da uno sbarramento di presa piuttosto lontano costituiva il “bottaccio-riserva” per farlo funzionare.

L’insieme delle strutture che sono comuni in ogni mulino, in questo della Befa appare in maniera particolare e dettagliata. Tutto il tratto che l’acqua percorre a partire dalla bocca di presa sulla platea, è un susseguirsi di soluzioni studiate ad hoc per superare le varie difficoltà naturali prima di sfociare nell’accumulo attiguo al mulino. La platea, come viene chiamato lo sbarramento attraverso il corso del Crevolone per prelevarne una parte delle acque da destinare al funzionamento del mulino, è stata ubicata laddove il torrente forma un’ampia ansa proprio nel punto dove ha inizio il ripido sentiero che disegnando nel bosco ampi ghirigori, conduce ad una zona “accetinata” più in alto da dove hanno inizio “le sugherete”. E’ questa una robusta costruzione a mattoni e pillole di fiume tenuta assieme da una malta di calce di eccezionale durezza che ha consentito al manufatto di mantenersi leggibile fino ai nostri giorni. Esistono vari muri che sbucano dal restone accumulatosi contro lo sbarramento, e seppure nascosti in gran parte dalla vegetazione, dalla ghiaia e dai materiali trascinati dalle piene, riescono a far comprendere all’osservatore curioso il funzionamento di questo sistema di presa. Il torrente giunge allo sbarramento dopo aver descritta un’ampia curva laddove la maggior portata delle acque viene convogliata, tramite un apposito corridoio, verso una bocca di presa la cui apertura è regolata da una saracinesca a ghigliottina. Il muro di sbarramento del torrente determina il livello dell’invaso che risulterà essere sempre più alto della bocca di presa per l’acqua del mulino. In parole povere: se il torrente continua a scorrere oltre lo sbarramento, vuol dire che a monte dello stesso esiste una riserva d’acqua capace di alimentare il bottaccio del mulino stesso. Durante i periodi di magra, allorché l’acqua ristagna prima dello sbarramento, la capacità operativa del mulino sarà garantita fintanto che il livello della riserva supererà la soglia della bocca di presa. Questa apertura sul muro veniva sbarrata da una porta a saracinesca che, scorrendo tra due guide verticali ricavate nelle spallette, poteva venire sollevata di quel tanto da garantire il regolare flusso delle acque verso il bottaccio del mulino. La saracinesca veniva sollevata per mezzo di una robusta vite collegata a un marchingegno azionabile dall’alto che ne permetteva appunto l’apertura desiderata. Si trattava di una operazione delicata poiché bisognava fare attenzione che le acque non acquistassero una velocità tale da provocare erosioni sulle pareti di terra del gorello ove scorrevano, evitando così il deterioramento di quel manufatto e l’accumulo oltre misura di fanghiglia sul fondo del bottaccio. Era questi uno degli inconvenienti che si verificavano presso il mulino, specie nel periodo delle piogge autunnali con l’apporto massiccio di detriti, foglie ed altre sostanze organiche presenti sul terreno. Ma è proprio il percorso del gorello a stupire con le soluzioni che presenta prima di esaurire la propria funzione. Infatti, per non interferire con la via per Resi, una parte di esso risulta “tombinata” ovvero scorre entro un cunicolo murato al di sotto della strada, che per un buon tratto vi passa sopra. Anche la ferrovia carbonifera riservò nella struttura del ponte, assieme ai passaggi della strada e del torrente, un tombino per l’acqua portata dal gorello.
Un’opera interessante davvero che, seppure in parte scomparsa, la dice lunga sull’inventiva dei nostri predecessori, abituati a risolvere i propri problemi di sopravvivenza aguzzando l’ingegno e rimboccandosi le maniche al fine di far divenire produttive alcune situazioni naturali”.

Il sentiero della Ferrovia

Un itinerario del tutto particolare, tra storia e natura, si sviluppa lungo il tracciato della ferrovia che collegava le miniere di Murlo alla stazione di La Befa e all’interno della Riserva Naturale del Basso Merse.
Attraverso paesaggi incantevoli, come la valle del Crevole, tra ponti storici, antichi mulini e preziose testimonianze di archeologia industriale si ha la possibilità di immergersi nelle particolarità botaniche e geologiche che caratterizzano il luogo. Camminando su terreni che un tempo erano sommersi dall’antico Oceano Ligure-Piemontese, scoprendo rocce vulcaniche e metamorfiche come basalto, gabbro e il celebre “marmo verde” di Murlo, utilizzato anche per la costruzione del Duomo di Siena. Il percorso porta in un paesaggio ricco di macchia mediterranea, che si sviluppa su caratteristiche rocce rosse, creando una vegetazione e una geologia uniche che conferiscono un fascino selvaggio a questa zona. Le “dune di marne di Murlo” aggiungono un tocco esotico a questa esperienza, attraverso una varietà di paesaggi diversi con punti panoramici mozzafiato sulle Crete Senesi e sulla Val d’Orcia. Storia geologica ed industriale si intrecciano in un’esperienza autentica e indimenticabile.

L’itinerario inizia nel villaggio minerario delle Miniere di Murlo, una frazione del comune di Murlo, nella valle della Crevole. Questo villaggio minerario, un tempo dotato di una centrale termoelettrica, rappresenta un esempio perfetto di insediamento industriale sorto per soddisfare le necessità della popolazione locale e dell’attività estrattiva. Qui, dalla seconda metà dell’Ottocento e per circa un secolo, si scavava la lignite: «è di aspetto nero, poco lucente, dà polvere bruno cioccolata quando è recentemente scavata», come si legge in un opuscolo custodito nella Biblioteca degli Intronati a Siena ed edito nel 1881 in occasione della Esposizione Industriale di Milano, dalla Compagnie Française des Charbonnage de Pienza che all’epoca gestiva la miniera. Il percorso ripercorre il tracciato della vecchia ferrovia, costruita per trasportare la lignite estratta dalle miniere. I vagonetti venivano caricati e, una volta fuori dalle gallerie, trainati da cavalli fino alla stazione di La Befa, da dove il materiale proseguiva il suo viaggio. Questo tratto di ferrovia, suggestivo esempio di archeologia industriale in Toscana, testimonia l’innovazione tecnologica dell’epoca e l’importanza della lignite per l’economia locale. La lignite c’è ancora, lungo il percorso; per tutto il primo tratto il sentiero è fatto di questi sassi squadrati, marroni, lisci che ricordano le tavolette di cioccolata.

 

Proseguendo lungo il sentiero, si attraversa la valle della Crevole, un paesaggio naturale in cui il torrente omonimo alimentava anticamente numerosi mulini, utilizzati per la macinazione del grano e addirittura del cemento nel villaggio minerario. Questa valle non è solo significativa per la sua storia industriale, ma anche per le sue peculiarità naturali. Si cammina infatti su un terreno che milioni di anni fa costituiva il fondo dell’antico oceano Tetide, e lungo il percorso si possono osservare rocce sedimentarie e magmatiche, testimoni di una lunga evoluzione geologica.

Lungo il sentiero, si attraversano due ponti storici che testimoniano l’ingegneria del tempo: il ponte sulla Crevole, lungo 22 metri e restaurato nel 2019, e il ponte sul Crevolone, una struttura in pietra e laterizio di circa 36 metri. Questi ponti non solo permettevano il passaggio sul torrente, ma erano fondamentali per il funzionamento del sistema idrico che alimentava il mulino.

Il percorso prosegue incontrando il Mulino della Befa un mulino storico che esisteva già prima della costruzione della ferrovia, come testimoniato dal Catasto leopoldino del 1821. Ristrutturato e ora adibito a piccolo ristorante agricolo, il mulino conserva il fascino di un tempo e rappresenta un’ulteriore testimonianza dell’ingegno e della laboriosità della popolazione locale. A poca distanza si trovano due antiche fornaci per la calce, probabilmente utilizzate con il calcare proveniente da una piccola cava vicina. Il torrente lo si guada davvero al Mulino della Befa, alla fine di questo tratto lungo circa 7 chilometri. Dopo pochi metri, con una svolta a gomito, si risale verso Montepertuso su un sentiero in salita. In vetta del castello che vi sorgeva non è rimasto pressoché nulla; è rimasta, invece, la pieve di San Michele Arcangelo e la canonica che oggi ospita una sede della Comunità Mondo Nuovo per giovani in difficoltà, dal meraviglioso prato davanti alla Pieve, si gode di una vista spettacolare a 360 gradi che spazia dalla Val di Merse all’Amiata.
Oggi, percorrendo questi sentieri, si può respirare l’atmosfera del passato, vivendo un’esperienza autentica.

https://www.visitmurlo.it/it/territorio/itinerari/escursioni
https://www.comune.murlo.siena.it/it/page/il-sentiero-della-ferrovia-delle-miniere-di-murlo-1
https://eco.museisenesi.org/archivio/8997/percorso-nel-bosco-di-murlo/
https://www.comune.murlo.siena.it/it/page/le-miniere-di-murlo

Il Mulino a ruota orizzontale detta ritrécine

Il Molino delle Befa rientra nella categoria dei mulini a ruota orizzontale, ovvero a ritrécine.

Un pò di storia…

I mulini sono un’invenzione antica, già nel I secolo a.C. si hanno testimonianze dell’esistenza di questa macchina nell’area dell’Oriente mediterraneo. L’architetto romano Vitruvio nel suo trattato De Architettura descrisse il mulino idraulico senza però precisare in che modo questa tecnologia fosse passata dai Greci ai Latini.
In tale periodo la movimentazione delle pesanti macine a clessidra avveniva grazie alla disponibilità di energia muscolare, non solo animali ma anche schiavi, cittadini poveri e delinquenti condannati a questa pena.
La diffusione del mulino ad acqua avvenne solo in età carolingia tra il XIII e IX secolo, si trattò di una rivoluzione tecnica medievale.
Lo sviluppo del sistema economico avvenuto durante il medioevo porta al passaggio ed alla diffusione del mulino idraulico ad acqua.
Le tipologie costruttive, e di funzionamento, erano duplici: a ruota verticale oppure a ruota orizzontale. Mentre i grandi molini a ruota verticale erano distribuiti lungo i principali corsi d’acqua della Toscana, ed attraverso un più complesso meccanismo di ingranaggi e pulegge potevano muovere anche più macine e fornire quindi una maggiore quantità di farina, i mulini a ruota orizzontale (detta ritrécine) aveva piccole macine, con rendimenti in termini di farine decisamente inferiori, ma con il grande vantaggio di adattarsi a piccoli volumi d’acqua a corrente rapida, caratteristici del numerosissimi torrenti diffusi nel territorio. Si trattava quasi sempre di edifici isolati, ubicati al margine di un corso d’acqua. In genere erano opifici di limitate capacità produttive, in grado di soddisfare soltanto necessità locali, legate ai fabbisogni di farina del podere, del signore o al massimo del borgo.
In epoca medievale, la realizzazione di un mulino idraulico richiedeva condizioni particolari: non soltanto era necessario disporre del luogo, ma occorreva averne anche il controllo giuridico. Inoltre si dovevano sostenere le spese di costruzione e di manutenzione. Tutto ciò faceva sì che la sua edificazione fosse privilegio esclusivo di Signori o ecclesiastici, i soli in grado di poter esercitare, per questi fini, il diritto d’uso di un corso d’acqua e di sostenerne i notevoli costi. Affinché l’investimento risultasse vantaggioso era necessario che la quantità di grano da macinare fosse sufficiente da render profitto e che l’investimento per la realizzazione del molino fosse quanto più possibile contenuto. Ciò portò alla diffusione maggiormente dei mulini a ritrécine i quali, se pur con capacità produttive orarie o giornaliere in termini di farina ridotte rispetto a quelli a ruota verticale, potevano garantire un buon funzionamento anche lungo torrenti, con regime stagionale, e con investimenti costruttivi contenuti, consentendo una localizzazione diffusa di tali opifici. Inoltre gli abitanti del contado (contadini) erano obbligati a portare il proprio grano al mulino del Signore, o del Convento o del Comune, pagando una tassa sulla molitura, che andava ad innalzare il profitto dell’opera.

Siti di localizzazione

Erano preferiti. lungo l’asse fluviale, i luoghi con un salto di cascata naturale, in modo da assicurare una maggiore spinta dell’acqua, che per caduta, andava a sbattere contro le pale della ritrécine, oppure dove vi erano dei repentini abbassamenti di quota del corso del torrente. Era necessario che il dislivello minimo fra il pelo dell’acqua nella gora ed il piano del torrente fosse di almeno 3-4m. Dove le condizioni morfologiche del sito si presentavano quasi pianeggianti si era costretti ad aumentare l’altezza della serra, la lunghezza del gorello e l’ampiezza della gora, con aggravio dei costi di realizzazione.
Nei primi decenni dell’Ottocento, grazie agli effetti della politica avviata dai Lorenza a favore dell’agricoltura, si verificò una profonda riorganizzazione del territorio rurale e le campagne cominciarono rapidamente a popolarsi. Il crescente fabbisogno di farine, indispensabile per soddisfare la necessità di una maggiore quantità di pane (elemento base dell’alimentazione del tempo), indusse la classe imprenditoriale dell’epoca, costituita ancora dalla nobiltà agraria, ma anche dalla nascente borghesia, ad investire nella costruzione di nuovi impianti molitori.
L’avvento della prima rivoluzione industriale, l’introduzione dell’uso dell’energia elettrica portarono alla conversione dei mulini di maggiori dimensioni, con rese produttive che ne rendevano conveniente la riconversione, mentre i piccoli impianti basati sulle ritrécine andarono lentamente in disuso per antieconomicità.

Mulino da grano a ritrécine

La struttura d’insieme di un mulino idraulico si componeva di quattro sezioni distinte:
1. L’edificio;
2. L’impianto idrico, costituito dalle opere d’imbrigliamento (prese), convogliamento (gore) ed accumulo dell’acqua (bottacci);
3. L’impianto di azionamento, costituito dai congegni atti a convertire l’energia dell’acqua in moto rotatorio;
4. L’impianto di macinazione, comprendente le macine e tutti gli accessori necessari per la trasformazione dei grani in farina.

Nucleo fondante dell’impianto di azionamento è la ruota idraulica, dalla quale dipendeva la tipologia di mulino. Nel caso di opifici con ruota orizzonatale, “ritrécine,” questa, costituita da un sistema di pale di legno, o di ferro, a forma di cucchiaio, era posta orizzontalmente al terreno alloggiata in un locale denominato “carcerario”, ubicato nella parte inferiore dell’edificio. A monte del mulino l’acqua del torrente veniva deviata mediante una “serra” e fatta confluire in un “bottaccio o gora”, da dove, in caduta mediante un canale di convogliamento, sbatteva nelle pale della ritrecine determinandone il movimento, l’acqua dopo aver azionato la ritrécine usciva dal carcerario e mediante un canale veniva convogliata nuovamente verso il torrente nel quale si reimmetteva a valle del molino.
La ritrécine era collegata mediante un albero, a trasmissione diretta, alla macina posta al piano superiore, quest’ultima (detta “soprana”) faceva lo stesso numero di giri della ruota (rapporto 1:1), mentre la macina inferiore (detta “sottana o dormiente”) era fissa.
Nel complesso la coppia di macine prendeva il nome di “palmento”. Fra le due macine (dette anche mole) doveva rimanere un sottile spazio per la frantumazione dei grani e la loro trasformazione in farina ed altri derivati (crusca, semolino ecc…). La distanza tra le due mole, dalla quale dipendeva la qualità del macinato, era regolata direttamente dal mugnaio con un dispositivo a leva. L’immissione del cereale avveniva dal foro centrale della macina, dove cadeva per gravità dalla soprastante tramoggia; la forza centrifuga espelleva la farina verso l’esterno dove veniva raccolta da un canale apposito. Per facilitare la frantumazione dei chicchi ed il convogliamento delle farine all’esterno il mugnaio praticava lungo la superficie orizzontale delle macine delle incisioni dette “raggiature”, con appositi scalpelli e martelli, che di frequente dovevano essere ravvivate.

Piccolo glossario:

Serra o platea: paratia (sbarramento di presa) costruita sul corso d’acqua per sollevarne il livello e fare arrivare l’acqua alla gora
Bocca di presa: Punto di passaggio, regolato da un sistema a saracinesca, dell’acqua dalla platea al gorello.
Gorello o aldio: condotto di alimentazione della gora collegato alla platea
Gora: (in alcuni luoghi detta bottaccio) bacino di alimentazione della ruota motrice del molino, posto a ridosso dell’edificio del mulino
Condotto di carico: (detto anche tromba di carico) canale di collegamento, regolato da una saracinensca, tra la gora ed il carcerario disposti in pendenza e con diametro ad imbuto così da consentire all’acqua di accumulare energia al momento dell’arrivo sulle pale della ritrécine. Il condotto di carico terminava con una piccola apertura, del diametro di poche decine di centrimetri, in modo da dare la massima potenza all’acqua in arrivo sulla ruota orizzontale.
Carcerario: locale posto al livello inferiore del mulino dove è alloggiata la ritrécine, cioè la ruota orizzontale motrice del mulino.
Ritrecine: ruota orizzontale costituita da pale di legno a forma di cucchiaio che spinte dall’acqua in caduta dal condotto aziona un albero motore verticale collegato in presa diretta con la macina superiore del palmento.
Palmento: coppia di macine poste al piano superiore del molino
Soprana: macina superiore del palmento girevole perché collegata in presa diretta (rapporto 1:1) con la ritrécine.
Sottana o dormiente: macina inferiore solitamente fissa, sulla quale ruota la soprana.
Scarico: canale posto in uscita dal carceraio atto a raccogliere l’acqua in uscita dalla ruota e convogliarla in rientro verso il torrente.

Murlo e gli etruschi

L’importanza degli Etruschi a Murlo inizia probabilmente nel VII secolo a.C. con la nascita di un ceto aristocratico che inizialmente sfruttale risorse locali – nel territorio era importante la presenza di miniere di rame – e la successiva crescita degli scambi commerciali, favorita dalla presenza di fiumi navigabili fino al mare. Gli scambi riguardavano sia le materie prime per la lavorazione dei metalli che degli oggetti prodotti dagli abili artigiani nel laboratorio di Poggio Civitate. Il periodo di maggiore splendore è indubbiamente quello che va dal VII al V secolo a.C., nei periodi così detti orientalizzante ed arcaico, dei quali rimangono segni importanti per la conoscenza della civiltà Etrusca, oggetto di studio da parte di studiosi di tutto il mondo.
Le tracce Etrusche sono ben visibili a Murlo, sia sul territorio che nei suoi abitanti. I ricchi ritrovamenti a Poggio Aguzzo, dove era la Necropoli etrusca, e a Poggio Civitate, dove era la famosa residenza principesca, hanno contribuito alla nascita dell’Antiquarium di Poggio Civitate, il Museo Archeologico di Murlo. Le tracce nelle persone del luogo sono dimostrate da studi sul DNA etrusco degli abitanti nativi del luogo, considerati i diretti discendenti degli Etruschi, come testimoniato dalle importanti ricerche universitarie degli anni ’80 e da altre più recenti del 2007 (The American Journal of Genetics, 2007).

https://www.visitmurlo.it/it/la-storia/etruschihttps://www.toscanaovunquebella.it/it/murlo/infinito-etrusco

https://www.museisenesi.org/museo/antiquarium-di-poggio-civitate-museo-archeologico/

La Geologia del sentiero della Ferrovia

Il vecchio tracciato ferroviario della miniera taglia corpi rocciosi che per circa 100 milioni di anni hanno costituito il fondale di un tratto dell’antico oceano chiamato “Tetide”.  Questi si formò circa 200 milioni di anni fa, durante il Triassico, quando un'intensa attività vulcanica smembrò le terre emerse allontanando fra di loro quei blocchi continentali che poi divennero le attuali Europa e Africa. La lava, che fuoriusciva da lunghe fratture (dorsali oceaniche), si solidificò formando un nuovo fondo oceanico sul quale si depositarono grandi quantità di sedimenti di mare profondo. Il processo di espansione oceanica si arrestò circa 140 milioni di anni fa, quando iniziarono i movimenti compressivi che ebbero come conseguenza la formazione delle Alpi e dell’Appennino. Nel corso di questi eventi l’oceano Tetide fu cancellato e frammenti del suo fondale furono sollevati e traslati sulla terraferma, piegati e scompaginati. Tutto il Comune di Murlo è un territorio privilegiato per studiare e osservare da vicino questo vecchissimo fondale marino e i fenomeni geologici che l’hanno interessato. Fra Casciano e Vallerano, ad esempio, affiorano serpentiniti, gabbri e basalti, rocce derivate dalla solidificazione del magma prodotto dalle dorsali oceaniche. Al ponte di Crevole, proprio lungo la strada, si possono vedere i “basalti a cuscini”, corpi rocciosi rotondeggianti che si formarono con il veloce raffreddamento del magma a contatto con l’acqua di mare. Sul sentiero della Miniera predominano invece le rocce sedimentarie che si depositarono sopra la crosta oceanica appena formata: abbiamo infatti i diaspri, le Marne di Murlo, il Calcare Balzano e le Argille con Calcari Palombini. La parte magmatica del fondale qui è rappresentata dal solo gabbro.

Per conoscere un po’ meglio l’origine di queste rocce, percorriamo il sentiero partendo dalle Miniere di Murlo. Un percorso didattico di 7 Km (comprensivi di andata e ritorno), facile e suggestivo, segue il vecchio tracciato del treno della miniera, una delle prime vie ferrate private italiane (1871), che portava la lignite alla più vicina stazione ferroviaria percorrendo in modo pressoché pianeggiante la gola del Crevole grazie a scavi nella roccia, terrapieni ed un ardito Ponte Nero.
Questo percorso è stato proposto come Geotopo di Interesse Locale (GIL 37) per la presenza di diverse formazioni rocciose, in primis imponenti strati di radiolariti di diverso colore: rosse (diaspri, per la presenza di ossidi di ferro), verdi (ftaniti, per la presenza di pirite) e nere (liditi, per la presenza di grafite).

Si tratta di gusci silicei di organismi marini depositati a oltre 4000 metri di profondità sui fondali dell’antico oceano del Giurassico, e localmente arricchiti da strati di ossidi di manganese frutto delle eruzioni sottomarine. Nei diaspri lungo il percorso: patine di ossidi di manganese, raramente microcristallino. Nei gabbri alterati a circa 1 km dall'inizio del percorso, in località Fondo Bello: analcime (= analcite), laumontite, prehnite, grossi cristalli di diallagio e, con un pò di fortuna diposide, cabasite, epidoto, natrolite. Nei gabbri lungo il limitrofo torrrente Crevolone, in filoni feldspatici: albite e, raramente, diopside, laumontite, natrolite, orneblenda, prehenite, talco, zoisite. Sul sovrastante Monte Pertuso segnalata anticamente una modesta miniera di talco.

I Diaspri (o Radiolariti) costituiscono il principale affioramento nella prima parte del percorso; sono facilmente riconoscibili per il loro colore rosso fegato e per la suddivisione in straterelli di pochi centimetri di spessore. Sono rocce sedimentarie costituite in prevalenza da resti di Radiolari, microrganismi marini a scheletro siliceo che vivevano galleggiando nella massa d’acqua. In quantità subordinata sono presenti anche ossidi di ferro, responsabili della colorazione rossa, ed ossidi di manganese, visibili come patine nere lucide, oggetto in passato di sfruttamento minerario. Il riconoscimento delle specie di Radiolari presenti nella roccia ha permesso di risalire al suo periodo di formazione: tra 160 e 140 milioni di anni fa (Giurassico superiore). La presenza dei Diaspri è la prova dell’elevata profondità oceanica e dell’intensa attività vulcanica sottomarina esistente nella Tetide in quel periodo. La pressione esercitata dall’acqua (si stima una profondità di almeno 2000-3000 metri) e l’anidride carbonica emessa in enormi quantità dalle dorsali sottomarine “sciolsero” infatti tutti i materiali calcarei che si depositavano sul fondo, mentre solo gli scheletri silicei dei radiolari poterono accumularsi e dare origine ai diaspri. Sul sentiero sono testimoniate anche le enormi forze alle quali furono sottoposte queste rocce durante la chiusura dell’oceano Tetide e il loro trasporto nella posizione attuale: fratture e pieghe, talvolta spettacolari, sono piuttosto frequenti e arricchiscono l’interesse del percorso.

Poco dopo s’incontra il Gabbro, una roccia scura che come abbiamo visto ha origine vulcanica. Esso però, al contrario dei basalti, che solidificarono velocemente in superficie, si è formato con un lento raffreddamento del magma all’interno della crosta oceanica, per cui si definisce una roccia magmatica intrusiva. Le modalità di solidificazione si rispecchiano nell’aspetto della roccia: il lento raffreddamento in profondità ha permesso infatti la formazione di cristalli di notevole dimensione: sono visibili cristalli di pirosseno (in gran parte diallagio, di colore verde scuro) e di plagioclasio (bianco latte), i principali minerali del gabbro. Nella frattura fresca la roccia ha colore verde scuro con i singoli minerali ben distinguibili, mentre in diversi punti del sentiero, in corrispondenza di faglie o altri punti dove la roccia è stata sottoposta a stress, si riduce ad un detrito brecciato di colore giallastro nel quale sono visibili i cristalli di pirosseno in lamelle scure e lucide.

Proseguendo ancora il cammino, s’incontrano le Marne di Murlo, che si presentano alterate e disgregate in sottili scagliette grigie a composizione prevalentemente argillosa; ad esse si intervallano affioramenti più compatti di una roccia bianca conosciuta come Calcare Balzano, un calcare marnoso nel quale, oltre a carbonato di calcio è contenuta una certa percentuale di argilla. La presenza del calcare segnala l’inizio della chiusura della Tetide, poiché indica che la profondità dell’oceano e anche la sua attività magmatica erano diminuite, permettendo appunto la deposizione del carbonato di calcio. Il Calcare Balzano è infatti formato dall’accumulo di scheletri e gusci di carbonato di calcio appartenenti a varie specie di microscopici organismi marini, in prevalenza Coccolitoforidi e Calpionelle. Dallo studio delle specie di microfossili , si è potuto risalire al periodo della sua formazione, avvenuta intorno ai 140 milioni di anni fa (Cretaceo inferiore). In passato il Calcare Balzano venne largamente usato per produrre calce aerea da costruzione, pertanto attraversando il nostro territorio, anche sui poggi che sovrastano il sentiero della ferrovia, è facile imbattersi in rovine di fornaci da calce accanto a cave ormai abbandonate. Avvicinandosi ormai alla Befa, nei pressi del Molino, si trovano le Argille con Calcari Palombini. Esse si presentano molto simili alle Marne di Murlo, apparendo nei pressi della confluenza tra Crevole e Crevolone in suggestive nude collinette formate da scaglie argillitiche nelle quali si intercalano strati di calcare grigio. Il curioso nome di queste rocce deriva proprio dal colore del calcare, dovuto all'elevato contenuto in silice: palumbus o columbus in latino significa, appunto, grigio. Anche questa formazione rocciosa, come dimostrerebbe il suo alternarsi di banchi di calcare e argilliti, è indice della chiusura in corso dell'oceano Tetide. Si ipotizza infatti che periodicamente, nel fondale oceanico in cui si depositavano le argille, sarebbero arrivate correnti sottomarine cariche di sedimenti calcarei provenienti da profondità minori, mobilizzati dai movimenti tettonici di chiusura della Tetide. I pochi microfossili contenuti nelle bancate calcaree hanno permesso di stabilire che le Argille con calcari palombini si sono formate intorno a130 milioni di anni fa (Cretaceo inferiore).

TOPONIMO LA BEFA

Il nome stesso del luogo sembra infatti rimandare alla sua funzione di punto di riferimento e di demarcazione territoriale. Il toponimo trova la propria radice etimologica nelle lingue germaniche medievali e nei dialetti longobardi e goti, riconducibili alla radice wifa o wibja, con il significato di “palo”, “frasca” o “segno di confine”. Il termine indicava un palo ornato di frasche o un segno convenzionale infisso nel terreno per delimitare proprietà private, tenute o giurisdizioni. Da questo ceppo, attraverso le forme del latino medievale — wifa, guifa o guiffa, con il significato di signum quod propter defensionem ponitur — derivarono diversi toponimi dell’Italia settentrionale e centrale associati a luoghi di demarcazione, come Ghiffa in Piemonte e Befa in Toscana. La località La Befa sorge, ancora oggi, in un’area caratterizzata da una netta demarcazione naturale e territoriale: a ovest è delimitata dal torrente Crevole, mentre a est dal fosso di Rigagliano. Questa particolare conformazione ha segnato storicamente il limite tra territori e comunità differenti, corrispondenti agli attuali comuni di Murlo, Buonconvento e Montalcino. L’acqua, dunque, non è soltanto uno degli elementi che definiscono il paesaggio della Befa, ma costituisce anche una presenza che, nel corso dei secoli, ha contribuito a organizzare e distinguere lo spazio abitato.
Fin dall’alto Medioevo, e già in epoca longobarda, luoghi contraddistinti da toponimi riconducibili a questa stessa radice svolgevano una concreta funzione di segnalazione territoriale. Erano punti di riferimento visibili, utilizzati per delimitare bandite, proprietà e confini sottoposti al controllo delle fare o delle corti rurali. Nel corso del tempo, questi segnali si trasformarono in veri e propri capisaldi della giurisdizione locale, spesso collocati in corrispondenza di corsi d’acqua, valichi e direttrici viarie. In questo senso, il toponimo La Befa sembra dialogare ancora oggi con la natura stessa del luogo: un territorio posto lungo una linea di separazione naturale, dove l’acqua, la terra e le antiche vie di comunicazione hanno contribuito per secoli a definire confini, relazioni e appartenenze. È proprio questa sovrapposizione tra paesaggio e storia a rendere la Befa un luogo particolare: non semplicemente un borgo immerso nella campagna senese, ma un punto in cui la geografia ha plasmato la storia e la storia ha lasciato tracce profonde nel paesaggio. Il recupero dell’antico molino ad acqua si inserisce così in una storia più ampia. Il molino torna a vivere non soltanto come architettura, ma come parte di un paesaggio culturale nel quale l’acqua, il lavoro, le vie di transito e la presenza dell’uomo hanno costruito nel tempo un equilibrio con la natura. Un luogo in cui passato e presente possono nuovamente incontrarsi e nel quale il silenzio, il paesaggio e la memoria restituiscono quella dimensione essenziale che appartiene alla parte più autentica della Toscana.